Pubblicità

Carosello è tornato, ma era proprio necessario?

Carosello è tornato. Ma la delusione è tanta. D’altronde era prevedibile: i ritorni, nella vita come nello spettacolo, difficilmente funzionano. E poi, francamente di questo ritorno non c’era proprio bisogno (se non per  le casse vuote delle RAI). Carosello per vent’anni ha bloccato e ritardato lo sviluppo della pubblicità italiana. Questo spiega perché paradossalmente Carosello non è mai morto. Ha continuato a vivere gran parte della pubblicità che è stata prodotta in Italia. Il nostro Paese, infatti, non è stato capace di recuperare il forte distacco accumulato ai tempi di Carosello rispetto al resto del mondo. Non è riuscito, cioè, a liberarsi dai condizionamenti culturali comportati dal fatto che la pubblicità “made in Italy” si è dovuta sviluppare per due decenni sotto l’influenza delle costrittive regole imposte da questo programma televisivo, mentre all’estero la pubblicità si basava già sui veloci e sintetici spot pubblicitari. Il tipo di linguaggio che questa pubblicità utilizza non è infatti molto lontano da quello di Carosello: è basato su scenette divertenti nelle quali il dialogo verbale è fondamentale, nelle quali cioè predomina una comicità da “sketch” televisivo o teatrale. Manca, quindi, quell’ironia che contraddistingue solitamente le campagne delle grandi marche internazionali e che è comprensibile da parte di tutte le culture perché si basa su un impiego espressivo del corpo. Probabilmente, anche il massiccio ricorso odierno della pubblicità italiana alla figura del “testimonial”, che non ha eguali in nessun altro Paese, è figlio del divismo praticato da Carosello. Va dunque imputata a Carosello la responsabilità del fatto che oggi in Italia chi fa pubblicità, anziché inventarsi idee di comunicazione originali e creative che sorprendano e facciano divertire lo spettatore, ricorre di solito ad un qualche personaggio famoso e cerca di catturare l’attenzione solo con la notorietà di tale personaggio. E anche del fatto che nel nostro Paese si produce abitualmente una pubblicità la cui qualità comunicativa è tra le più basse del mondo occidentale, come è dimostrato anche dai pochissimi premi che  ogni anno ottiene al Festival della Pubblicità di Cannes.

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